“L’Europa è pronta ad assumersi le proprie responsabilità.ReArm Europe può mobilitare quasi 800 miliardi di euro per le spese per la difesa per un’Europa sicura e resiliente”, con queste parole il Presidente della Commissione Europea, Ursula von derLeyen, ha annunciato il piano di riarmo comunitario da 800 miliardi di euro.
Il programma prevede 5 punti per il riarmamento degli eserciti dei paesi UE ed il sostegno militare all’Ucraina e segue le insistentirichieste provenienti dagli USA di un aumento delle spese militari, non più al 2% ma addirittura al 5% del PIL, come ribadito anche dal Segretario Generale della NATO, Mark Rutte.
Secondo il Presidente della Commissione UE questi imponenti investimenti sono necessari per rendere militarmente indipendenti i Paesi dell’Unione Europea, temendo un disimpegno USA dall’Alleanza Atlantica e prefigurando una imminente invasione russa sul territorio continentale.
Analizzando con pragmatismo tutta l’evoluzione della narrazione riguardante la guerra in Ucraina e la promozione del ReArmEurope, non si può non rilevare la contraddittorietà delle dichiarazioni rilasciate nel tempo dai vertici UE, che sollevano tutta una serie di interrogativi circa le decisioni assunte, ancora una volta, con la logica emergenziale del “FATE PRESTO”.
IL DEBITO PUBBLICO NON È PIÙ IL NEMICO DA COMBATTERE
Il piano di riarmo mira a mobilitare 800 miliardi di euro così suddivisi:
- 150 miliardi emettendo debito comune, sul modello del PNRR;
- 650 miliardi dai bilanci nazionali, con aumento dei deficit dei rispettivi Paesi.
Per quanto riguarda la parte da imputare sui bilanci nazionali, il progetto dà la possibilità agli Stati di emettere debito aggiuntivo pari al 1,5% del PIL senza violare il “Patto di Stabilità”. Tuttavia l’Italia non potrebbe beneficiare di tale clausola di salvaguardia in quanto già colpita da una procedura d’infrazione per eccessivo indebitamento, quindi non avrebbe alcun immediato beneficio fiscale dal piano della von der Leyen.
Gravando la spesa per la maggior parte sulla contabilità domestica, è evidente che il nostro Paese dovrà valutare quale sia l’interesse nazionale, visto che se da un lato il settore della difesa e sicurezza viene da almeno due decenni di scarsi investimenti,dovuti in primis alle politiche di austerità volute dalla stessa UE, dall’altro non va sottovalutato che l’aumento delle spese militari potrebbe togliere spazio fiscale ad altre voci di bilancio essenziali per il benessere dei cittadini (welfare).
E qui veniamo ad un primo elemento di contraddittorietà:l’assoluto rispetto delle regole di bilancio è stato fin dalla nascita dell’UE uno dei principi cardine delle politiche di Bruxelles. Ricordiamo tutti l’intransigenza della Commissione quando a chiedere maggiore elasticità sui conti erano i Paesi del sud, tra cui anche l’Italia, a cui vennero imposte pesanti misure di austerità “lacrime e sangue”, che costrinsero a ridimensionare notevolmente le politiche di welfare con chiusura di ospedali, tagli alle pensioni e altre amenità di questo tipo…
Oggi che a soffrire sono invece la Francia e la Germania, attanagliate la prima da un indebitamento pubblico in forte crescita e la seconda da una pesantissima crisi industriale, ecco che improvvisamente i vertici europei riscoprono i principi basilari della macroeconomia per cui l’emissione di debito si trasforma da parametro negativo con cui giudicare (e punire) gli Stati, a strumento necessario per aiutare le economie in sofferenza.
L’ipotesi che questo piano serva principalmente per finanziare la riconversione dell’industria tedesca, a spese dei contribuenti europei, non è così irrealistica e trova conferme dall’annuncio dell’azienda teutonica Rheinmetall, la più grande produttrice di armi in Europa, di voler rilevare gli stabilimenti chiusi di Volkswagen per fabbricarvi carri armati, evidentemente prefigurando un aumento degli ordini. É utopistico del resto pensare che Paesi non produttori di armi possano, in pochissimo tempo, entrare in un mercato caratterizzato da altissima tecnologiae processi di produzione altamente specializzati; anche la riconversione o l’aumento delle produzioni già presenti richiederà comunque tempistiche non brevi vista la rilevanza degli investimenti richiesti e la difficoltà di reperire professionisti specializzati nel settore e materie prime con cui realizzare gli armamenti.
Per come è strutturato oggi il mercato, il 60% degli acquisti europei di armamenti avviene tramite l’industria bellica USA,pertanto una buona parte dei fondi del ReArm EU finiranno nelle aziende americane e questo determinerà due effetti: - un aumento delle esportazioni americane contribuirà a riequilibrare, insieme ai dazi, il deficit commerciale che gliUSA hanno verso l’UE, soprattutto la Germania;
- il maggiore acquisto di armi europeo sopperirà alla diminuzionedelle spese militari statunitensi annunciatedall’amministrazione Trump, non facendo così perdere quote di mercato ad uno dei settori primari dell’apparato produttivo americano.
L’UNIONE EUROPEA È VERAMENTE IN PERICOLO?
Ma è verosimile un attacco russo contro i Paesi dell’UE? Su questo punto i dubbi sono molteplici e la narrazione UEparadossale.
Da “i russi combattono con i badili e riparano i sistemi d’arma con i chip delle lavatrici” siamo passati ad un piano di riarmo europeo per contrastare la potente armata sovietica, da “Putin sarà in ginocchio nel giro di poche settimane a causa delle sanzioni”all’annuncio di un programma da 800 miliardi di euro per fermare l’inarrestabile Russia.
Affermazioni di segno opposto che si succedono a pochissima distanza di tempo e riportano alla mente una citazione di un vecchio film di Carlo Verdone che, mutatis mutandis, suonerebbe più o meno così: “sta Russia po’ esse fero e po’ esse piuma”.
Resta poi da capire quali siano i vantaggi e le reali motivazioni che spingerebbero l’ex URSS ad aggredire un Paese della NATO in modo da far scattare l’art.5 del relativo Trattato e ritrovarsi invischiata in conflitto contro tutta l’Alleanza Atlantica, USA compresi. Peraltro l’annessione di nazioni ostili così diverse per lingua, storia e cultura comporterebbe grossi problemi di integrazione delle popolazioni e creerebbe problemi di stabilità difficilmente gestibili per Mosca.
Anche dal punto di vista della tempistica le giustificazioni della von der Leyen sono alquanto incoerenti, posto che il piano di riarmo richiederà un arco temporale misurabile in più anni e non è pensabile che i russi aspettino il riempimento degli arsenalieuropei prima di attaccare, soprattutto dopo che i vertici UE hanno dichiarato in mondo visione di non essere pronti. Quindi qualora si ritenga veramente plausibile un attacco sovietico, forse la via diplomatica nell’immediato sarebbe la strada migliore da seguire.
A parere di chi scrive non c’è alcun fondamento logico alla base degli allarmismi provenienti da Bruxelles, come non vi è nessuna analisi strategica da parte di professionisti del settore che preveda l’eventualità di un’invasione Russa sul territorio europeo.
NON É PIÙ IL TEMPO DEL FATE PRESTO MA DELLA RAZIONALITÀ
In termini strategici il ReArm Europe sicuramente contribuirà a dare continuità alle forniture di armamenti all’Ucraina, a cui verrà destinato circa il 20% dei fondi che saranno reperiti, tuttavia non sembra che questo piano porterà ad un reale potenziamento delle capacità militari degli Stati dell’UE in quanto non nasce da una pianificazione concertata con gli Stati Maggiori delle ForzeArmate, ma piuttosto da esigenze di rilancio industriale, soprattutto tedesco.
L’impressione è che si tratterà solo di spese per investimento, come già avvenuto con il PNRR, mentre non ci sarà spazio per la spesa corrente che invece è necessaria per ripianare gli organici delle Forze Armate e di Polizia, per migliorare la qualità dell’addestramento del personale e adeguarne le retribuzioni, duramente penalizzate dalle politiche di austerità imposte dall’UE.
Non è il momento di avventurarsi in scelte affrettate che non solo appesantiranno i bilanci statali con spese non strettamente necessarie all’economia e al benessere del Paese, ma soprattutto potrebbero incoraggiare il clima di tensione che i principali leader europei continuano irresponsabilmente ad alimentare. É arrivato il tempo del pragmatismo e del ritorno della diplomazia.
Antonio Toti
UNARMA Associazione Sindacale Carabinieri