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Focus sull’incremento dei prezzi del settore agroalimentare cum grano salis.

La spirale inflazionistica che ha interessato il nostro Paese non risparmia neanche il comparto agroalimentare che, con l’esplosione dei prezzi al dettaglio, sta pesantemente erodendo il potere d’acquisto delle famiglie italiane.

Per verificare l’andamento dei prezzi abbiamo consultato la Borsa Merci di Bologna, punto di riferimento italiano per le contrattazioni dei prodotti agricoli, in particolare per quanto riguarda il grano tenero, il grano duro ed il granoturco ad uso zootecnico.

Il grano tenero, utilizzato per produrre pane, farine e biscotti, partendo da un valore medio mensile di € 236,10 di aprile 2021 è arrivato alla quotazione odierna di € 419,50, ovvero un aumento del 78%. L’Italia importa circa il 60% del fabbisogno di frumento tenero principalmente da Paesi UE, mentre dall’Ucraina compriamo una quota marginale che si attesta intorno al 3-5%.

Nello stesso periodo il grano duro è passato da € 289,20 ad € 525,50 a tonnellata, facendo registrare un incremento dell’82%. Canada ed Italia sono i principali coltivatori di frumento duro a livello mondiale, tuttavia il Belpaese è anche tra le prime nazioni importatrici in quanto la produzione domestica non è in grado di soddisfare il fabbisogno interno, quasi totalmente assorbito dell’industria pastaria.

Il granoturco, invece, ha avuto un aumento del 56%, passando da € 240,80 ad € 376,00; atteso che lo stesso viene utilizzato come mangime per gli animali vi sono ricadute sul costo di latte, uova e carni. Ucraina e Russia hanno un ruolo importante in questo mercato essendo rispettivamente il 4° ed il 7° tra i Paesi esportati a livello globale.

Come si vede bene dal grafico gli aumenti sono iniziati molto prima dello scoppio della guerra tra Russia ed Ucraina e sono stati influenzati dalla crescita dei costi energetici e dei trasporti nonché dall’aumento dei listini all’ingrosso del mercato globale. Quest’ultimo evento si è verificato a causa di una minor offerta di materia prima visto il calo delle forniture dei principali Paesi esportatori – Canada in primis – che non hanno avuto una felice produzione stagionale.

Il conflitto in atto si è inserito in tale contesto, esacerbando la pressione sui mercati internazionali soprattutto per quei prodotti – tipo mais e frumento tenero – di cui i due paesi belligeranti detengono una quota importante a livello mondiale in termini di esportazioni.

Il settore agricolo vive una congiuntura di forte sofferenza dovendo affrontare spese in costante crescita per avviare le operazioni colturali stagionali. In tale ambito, oltre alle maggiori spese da sostenere per l’approvvigionamento dei fertilizzanti per le ragioni già esposte, bisogna tenere presente che la Russia, in risposta alle sanzioni occidentali, ha raccomandato ai propri produttori di fermare il commercio estero dei concimi di cui detiene la quota del 13% dell’export globale (fonte Coldiretti); tale misura finirà per far lievitare ulteriormente i costi di produzione generando incertezza per i futuri prezzi al dettaglio. La situazione generale sta rendendo insostenibile l’attività economica del comparto agroalimentare che non riesce più a garantire i giusti profitti a tutta la filiera produttiva.

Questo Centro Studi evidenzia che l’Italia nel campo dei cereali è largamente dipendente dalle importazioni estere e pertanto è esposta alla volatilità dei mercati nonché all’evolversi della situazione geopolitica internazionale; in tale contesto va rimarcato il totale immobilismo del Governo che, nonostante già nel 2021 si fossero registrati aumenti superiori al 50% rispetto ai listini del 2019, non ha messo in campo alcuna misura per contrastare questa tendenza a tutela dei produttori e dei cittadini italiani. Oltre alla mancanza di azioni immediate, si denota l’assenza di visione prospettica e progettuale dell’esecutivo per rivitalizzare e rilanciare un comparto strategico per l’economia italiana, sia in termini di PIL che a livello occupazionale.

Più in generale si deve constatare il fallimento delle politiche di globalizzazione poste in essere nell’ultimo trentennio, nelle quali si è privilegiato delocalizzare laddove vi fossero costi di produzione inferiori. Prima il covid ed ora la guerra stanno mettendo a nudo tutti gli squilibri che un tale sistema porta con sé, in cui è sufficiente il rallentamento delle catene di approvvigionamento in un numero limitato di Paesi per paralizzare interi settori e determinare l’impennata dell’inflazione.

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Aumento dei tassi d’interesse. Cosa succede ai mutui?

L’aumento dei tassi d’interesse, a cui abbiamo rivolto un nostro precedente focus circa i risvolti macroeconomici sull’economia italiana, sta avendo ripercussioni anche sul costo dei mutui.

Essendo tale problematica molto sentita, il Centro Studi ha deciso di approfondire l’argomento al fine di fornire agli associati UNARMA gli strumenti necessari per orientarsi in questo particolare momento storico.

Per valutare l’andamento del tasso dei mutui bisogna guardare al mercato interbancario, in particolare si devono osservare due indici: l’Euris e l’Euribor. A questi indicatori infatti gli istituti di credito sommano lo spread, ovvero il guadagno lordo della banca, per determinare l’entità del finanziamento.

L’Eurirs, detto anche Irs, è l’indice di riferimento dei mutui a tasso fisso ed è collegato ai mercati dei tassi a lungo termine; esso varia in base al periodo considerato (10, 15, 20 anni ecc..). Questo il trend dall’inizio dell’anno:

Andamento IRS dal 3 gen al 12 apr 2022

L’Euribor invece è il parametro di indicizzazione al quale fanno riferimento i mutui a tasso variabile ed è rappresentativo del costo del denaro a breve termine. Anch’esso varia a seconda della durata del finanziamento fino ad un massimo di 12 mesi. Dall’inizio dell’anno l’Euribor ha avuto il seguente andamento:

Andamento EURIBOR dal 3 gen al 12 apr 2022

Dall’analisi dei grafici si evince chiaramente che i tassi sono in aumento dopo anni in cui il costo del denaro è stato molto basso.

Se osserviamo gli indici Euribor notiamo piccole variazioni per i tassi ad 1 e 3 mesi, mentre rileviamo un’impennata più decisa a 6 ma soprattutto a 12 mesi; trattandosi di prestiti con una scadenza più lunga i mercati stanno già prezzando i prossimi aumenti.

A questo punto si pone il dilemma per chi si trova nelle condizioni di scegliere quale tipologia di mutuo sottoscrivere: a tasso fisso o variabile? Guardando i grafici è chiaro che oggi è molto più conveniente accedere ad un prestito a tasso variabile essendo l’Euribor ancora su valori negativi. Tuttavia bloccare oggi un mutuo con un tasso fisso relativamente basso potrebbe essere un investimento vantaggioso nel caso di un repentino aumento dei tassi, soprattutto se il finanziamento ha una durata superiore ai 20 anni; in quest’ultima ipotesi, dato che la parte cospicua della quota interessi è diluita in arco temporale più ampio, vi sarebbe la possibilità di rinegoziare il mutuo nel caso di un cambiamento degli scenari macroeconomici.

Su quanto cresceranno i tassi nel prossimo futuro è difficile fare previsioni in quanto se da una parte c’è la dichiarata intenzione da parte dei banchieri centrali di contrastare l’inflazione dal lato della domanda (alzando il costo del denaro per far diminuire i consumi), dall’altra vi è una generale incertezza circa la situazione economica internazionale. Infatti tra la gestione pandemica – che ha determinato una contrazione del PIL – l’esplosione dei costi energetici e gli sviluppi della guerra tra Russia ed Ucraina questo Centro Studi ritiene che l’adozione di politiche monetarie restrittive metterà a dura prova la già precaria tenuta sociale, pertanto alcune scelte potrebbero essere riviste.

Per chi invece ha già in essere un mutuo a tasso variabile la decisione deve essere fatta in relazione a quanta parte di quota interessi resta ancora da rimborsare. Chi ha un piccolo residuo di quota interessi non ha alcun vantaggio sostanziale dalla surroga del mutuo, mentre per chi ha sottoscritto da poco un finanziamento valgono le predette considerazioni.

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Le sanzioni alla Russia quanto costeranno all’Italia?

In questo articolo intendiamo analizzare le ripercussioni che le sanzioni inflitte alla Russia avranno sull’economia italiana, e non se queste siano giustificabili o meno sul piano etico e morale. Sul punto ci limitiamo ad evidenziare che in altri conflitti i governanti del Belpaese non hanno utilizzato lo stesso metro consentendo addirittura l’esportazione di armi in favore di Paesi aggressori.

Al fine di focalizzare le relazioni commerciali tra Italia e Russia utilizzeremo i dati e le informazioni fornite dall’Osservatorio Economico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale relativamente all’anno 2019, ovvero prima dello scoppio della pandemia.

Dal rapporto stilato dal predetto dicastero si legge che: “Le opportunità di un ulteriore sviluppo delle relazioni commerciali e industriali tra Italia e Federazione Russa sono notevoli, alla luce della naturale complementarità delle nostre economie”. Da un lato abbiamo la Russia ricca di materie prime e metalli e dall’altro l’Italia e la sua capacità di produrre beni e servizi ad alto valore aggiunto, come si evince dai principali prodotti esportati da ciascun Paese verso l’altro:

Esportazioni ITA vs RUS% su totaleEsportazione RUS vs ITA% su totale
Macchinari e apparecchi n.c.a.24,4Prodotti dell’estrazione di minerali da cave e miniere77,4
Prodotti tessili e dell’abbigliamento, pelli e accessori20,1Metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti14,9
Prodotti alimentari, bevande e tabacco9,6Coke e prodotti petroliferi raffinati3,2
Rapporti commerciali Italia/Russia

Nel 2019 l’export del nostro Paese verso la Russia è stato di 7.882 mln di € mentre abbiamo importato beni per 14.324 mln di €, con un saldo negativo di 6.442 mln di €.

Prima della Sars-Cov-2 gli IDE (investimenti diretti esteri) dell’Italia in Russia ammontavano a 1.512 mln di € con 660 aziende italiane operanti nel territorio sovietico per un fatturato complessivo di 8.802 mln di €. Dal punto di vista commerciale ed industriale il nostro Paese è il 5° mercato di destinazione dell’export russo ed il 7° fornitore di beni e servizi all’ex URSS.

Per quanto riguarda il settore turistico la Federazione Russa è il mercato di origine con la più alta permanenza in Italia fra i paesi extraeuropei (fonte Istat), nonché il quinto Paese per spesa media giornaliera pro-capite per vacanza (167 € contro 113 € di media per turista straniero), con un indotto che supera un miliardo di €.

Il quadro sopra descritto evidenzia bene l’intensità dei rapporti economici tra i due Paesi nonostante le sanzioni imposte dal 2014 a seguito dell’annessione della Crimea; soprattutto l’importazione di energia ad oggi è vitale per la produttività delle aziende italiane se consideriamo che gas e petrolio sovietici rappresentano rispettivamente circa il 40% ed 15% delle forniture totali di tali combustibili ed un improvviso stop alle loro importazioni comporterebbe la paralisi del sistema industriale nazionale.

A seguito del conflitto tra Russia e Ucraina, l’Unione Europea ha stilato un programma che mira a ridurre di 2/3 entro la fine del 2022 le importazioni di gas russo che oggi ammontano a 155 miliardi di metri cubi. In tale ottica è stato stipulato un accordo con gli USA per la fornitura di 15 miliardi di tonnellate di gas liquido (GNL) in questo anno, ma siamo ben lontani dagli obiettivi prefissati dall’UE. Inoltre il GNL, oltre ai noti problemi legati al trasporto ed alla successiva rigassificazione, ha un costo molto superiore al gas naturale che finirà per mettere fuori mercato le aziende italiane nella competizione globale, soprattutto verso i Paesi asiatici che, approfittando della situazione, stanno sottoscrivendo vantaggiosissimi contratti con Mosca. L’elevato costo del gas è già oggi un problema e sta determinando un ritardo negli stoccaggi degli idrocarburi che in genere avviene al termine della stagione invernale, quando i costi di approvvigionamento sono notevolmente più bassi. Insomma in ambito energetico sembra che il peggio deve ancora venire.

Il divieto di vendita di beni di lusso colpisce profondamente le aziende italiane che hanno nella Federazione Russa un prezioso acquirente. Il made in Italy è particolarmente apprezzato dalle parti di Mosca e settori come l’alta moda, le calzature, l’arredamento, l’automotive, la nautica e l’agroalimentare perderanno un’importante fetta di mercato con ovvie ricadute negative sul piano occupazionale.

In generale il sentimento antirusso che si è ingenerato in Italia, unito alle sanzioni, causerà enormi danni al comparto turistico già pesantemente colpito dalle misure adottate per la gestione pandemica.

Ma come si sta comportando il resto del mondo nei confronti dei sovietici?

In evidenza le nazioni che hanno elevato sanzioni alla Russia.

Tolte le nazioni “atlantiche” non vi è al momento particolare interesse a sanzionare la Russia, anzi in molti stanno approfittando della situazione per acquisire importanti fette di mercato ed assicurarsi vantaggiosi contratti nel settore energetico.

Anche tra i Paesi che hanno scelto la “linea dura” rileviamo una certa asimmetria di intenti laddove vi siano interessi industriali e commerciali da tutelare o vi sia l’assoluta necessità di approvvigionare alcuni prodotti.

Questo Centro Studi Politico-Economico del sindacato dei Carabinieri UNARMA ritiene che le sanzioni alla Russia presenteranno un conto salatissimo per l’economia italiana.

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Aumento dei costi energetici, tra disfunzionalità del mercato ed avventate politiche ambientali.

Il vertiginoso aumento del costo energetico e le sue ripercussioni sulla vita di Carabinieri, famiglie ed aziende italiane merita una profonda riflessione per comprenderne le ragioni ed intravederne l’evoluzione. 
Questo Centro Studi Politico-Economico evidenzia che l’esplosione dei costi energetici è molto antecedente all’esacerbarsi delle tensioni tra Russia ed Ucraina, come peraltro già rilevato in un precedente approfondimento e pertanto svilupperemo la nostra analisi fermandoci ai dati di febbraio 2022.
Per il nostro studio abbiamo utilizzato le quotazioni di mercato fornite dal GME (Gestore Mercati Energetici) per il mercato del gas e dell’energia elettrica.
Per quanto attiene i prezzi del gas, partendo da una quotazione media di € 18,975 di ottobre 2019 si arriva ad € 82,832 di febbraio 2022 ovvero un aumento del 436,53%, dopo aver toccato a dicembre 2021 la media di € 113,334 per MWh.
Elaborazione Centro Studi Politico-Economico UNARMA su dati GME
L’energia elettrica è passata da una media annuale di € 51,60 del 2004 ad un costo di € 211,69 a febbraio 2022, registrando un aumento del 410,25%. 
Elaborazione Centro Studi Politico-Economico UNARMA su dati GME
Secondo questo Centro Studi gli aumenti sono riconducibili principalmente a due fattori: Mercato europeo ETS e l’acquisto dell’energia dal mercato SPOT.
Il Sistema Europeo di Scambio di Quote di Emissione (ETS) è il principale strumento adottato dall'Unione Europea, in attuazione del Protocollo di Kyoto, per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra nei settori energivori. Tale sistema prevede l’assegnazione di quote di CO2 a titolo oneroso attraverso aste pubbliche europee. I produttori possono, altresì, comprare e vendere quote tra loro, attraverso accordi privati o rivolgendosi al mercato secondario del carbonio. Il protocollo prevede la riduzione entro il 2030 del 40% della CO2 rispetto ai livelli del 1990, mediante una diminuzione delle quote disponibili fino ad un tetto massimo del 2,2% annuo. Avendo quindi creato un mercato dove la quantità offerta è fissata per legge - e diminuisce di anno in anno - ecco che a parità di domanda, o in occasione di crisi energetiche, il prezzo sale. 
Difatti, analizzando l’andamento dei prezzi della CO2 a tonnellata dal 2015 ad oggi, notiamo un aumento del 1.093% del suo costo. 
Elaborazione Centro Studi Politico-Economico UNARMA su dati SENDECO2
Il prezzo SPOT, invece, è il valore che si forma il giorno prima della consegna del gas e dell’energia elettrica e si determina secondo la logica del prezzo marginale. Si tratta del meccanismo in uso in gran parte delle borse europee per fissare il costo dell’elettricità, facendo incrociare la domanda (che per il settore energetico è rigida) e l’offerta da parte dei vari produttori.
Generare energia elettrica non ha un costo unitario ma dipende dalla fonte di produzione: quelle rinnovabili hanno costi molto bassi mentre l’elettricità prodotta dal gas è ovviamente più onerosa in quanto risente delle variazioni di prezzo della materia prima. La cosa paradossale è che in questo sistema il prezzo finale è determinato dal costo di produzione più caro anche per le fonti di energia più economiche.
Il sistema del prezzo marginale nasce in Gran Bretagna per liberalizzare il mercato dell’elettricità e per evitare di penalizzare i vecchi impianti a carbone, che offrivano elettricità a prezzi molto bassi, a scapito di impianti nuovi che producessero energia in maniera più efficiente e meno inquinante, ma a prezzi notevolmente più alti. Il prezzo marginale, pertanto, consentiva alle nuove fonti di energia di entrare nel mercato non risentendo del fattore prezzo. Oggi si fa fatica a comprendere l’utilità di tale sistema visto che le fonti rinnovabili sono molto più economiche di quelle fossili; contratti a lungo termine avrebbero garantito una maggiore stabilità dei prezzi ed avrebbero maggiormente tutelato i consumatori.
Un altro aspetto che condiziona i prezzi SPOT è quello dei vincoli di rete tra i paesi europei essendo questi interconnessi tra loro. Tra paesi confinanti vi sono linee transfrontaliere, per cui offerta e domanda si influenzano reciprocamente essendo vincolate dal trasporto di energia. Quindi i prezzi di una singola nazione sono collegati a quelli di altri Paesi anche se le fonti di produzione sono diverse, come ad esempio avviene tra Italia  e  Francia  dove  i  prezzi  di  mercato  dell’energia  non  hanno diffenze significative anche se buona parte dell’elettricità d’oltralpe viene dalle centrali nucleari.
Pertanto, come già abbiamo visto con i carburanti, gli attuali aumenti erano prevedibili, mentre l’UE e il Governo italiano, annunci a parte, nulla hanno fatto per modificare le condizioni che hanno favorito l’impennata dei costi. Le proposte in ambito europeo, tutte praticamente riconducibili all’accelerazione dei programmi di aumento di energia prodotta da fonti rinnovabili, appaiono più come un auspicio da libro dei sogni che una reale soluzione alla crisi in atto, viste le tempistiche e le incertezze che si portano dietro.
In conclusione il Centro Studi Politico-Economico di UNARMA ritiene che restando in vigore le attuali regole europee sia in tema di CO2 che riguardo al funzionamento del mercato energetico, non si potrà tornare ai livelli di prezzo del 2020, anche in considerazione delle conseguenze che il protrarsi della crisi russo-ucraina determinerà nel settore dell’energia. 
La nostra economia è fortemente condizionata dall’uso del gas, di cui più del 40% è di provenienza russa, quindi è difficilmente ipotizzabile una sua improvvisa sostituzione con altre fonti o un suo approvvigionamento presso altri fornitori visto il volume di importazione del combustibile sovietico. 
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L’Ucraina crollerà davvero se attuerà gli accordi di Minsk sostenuti dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite?

Di Andrew Korybko

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Analizzando la risposta del presidente Putin alla crisi missilistica non dichiarata provocata dagli Stati Uniti

Di Andrew Korybko

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La UE ha capito cosa sta succedendo in Eurasia? – Nuovi equilibri internazionali che nascono dalla crisi avanzata dell’Occidente.

Russia e Cina hanno stabilito un partenariato solido che coinvolge altri stati della Grande Regione Eurasiatica, creando un influenza all’interno di queste regioni che comprendono praticamente tutta l’Asia.

di MITTDOLCINO – UNARMA ASC

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Pillole di grande Storia: come agirono i Carabinieri nella Resistenza e nella guerra di liberazione italiana – dal passato al presente-.Ecco perché il popolo italiano deve avere fiducia nell’Arma dei Carabinieri anche ai nostri giorni.

di
UNARMA Associazione Sindacale Carabinieri e
Mittdolcino

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L’uscita degli USA dal teatro afgano ha immediatamente in-nescato il riposizionamento politico economico degli americani sullo scenario internazionale

di Sergio Sangregorio

SALARIO MINIMO: INPUT ALLA CRESCITA DELLE RETRIBUZIONI O LIMBO PER LE NUOVE GENERAZIONI?

Su almeno una cosa la UE concorda: il salario minimo non è più procrastinabile. Le istituzioni europee hanno raggiunto un’intesa per individuare delle procedure comunitarie che adeguino i livelli di salario minimo in tutti i Paesi della UE. Si può dire, però, che il provvedimento già mostri delle debolezze. Nonostante le intenzioni della UE fossero virtuose e orientate alla riduzione delle disuguaglianze, il provvedimento, contenuto nella Direttiva del 7 giugno 2022, non fissa però un quantum minimo di retribuzione sul lavoro, ma stabilisce dei criteri per attenersi a dei livelli salariali ai limiti della sopravvivenza, considerando il costo della vita in ogni Paese e il potere d’acquisto della moneta corrente.

Per contrastare il divario sociale, l’Unione Europea ha perciò suggerito due alternative: stabilire a livello legislativo un salario minimo, stabilire poi l’estensione della copertura della contrattazione collettiva almeno all’80%. La direttiva, pertanto, a oggi non prescrive alcun obbligo sulle retribuzioni minime per i Paesi che non hanno norme ad hoc, lasciando totale discrezione nelle modalità di svolgimento della contrattazione collettiva. In Italia attualmente non esiste un salario minimo stabilito dalla legge: le soglie sono fissate in genere dai contratti collettivi, specifici per ciascuna categoria di lavoratori. Questa prassi ha però moltiplicato il numero di contratti, rendendo difficile stilare delle linee guida univoche: secondo l’ultima stima del CNEL, nel nostro Paese sono infatti attualmente in vigore 933 contratti collettivi nazionali la cui stipula non è tuttavia obbligatoria. Tanto per fare un esempio, vi sono imprese o tipologie di lavoro individuali in cui non è applicabile nessun contratto collettivo.

LE PRIORITÀ DI BRUXELLES: DA STABILITÀ AD EQUITÀ SALARIALE

Se finora la priorità di Bruxelles è sempre stata raggiungere la stabilità dei prezzi attraverso la moderazione salariale, al centro dell’agenda politica europea c’è ora l’equità. Questo cambio di rotta, tuttavia, contrasta con i continui richiami dei vertici europei a un imminente ritorno all’austerity, rischio che si percepisce a partire dall’aumento dei tassi d’interesse. Sarà che dopo due anni di pandemia, con l’inflazione alle stelle e con la recessione alle porte, si teme un prepotente ritorno di sentimenti antieuropeisti e, quindi, si pensa a come contenere il dissenso?

Secondo il Centro Studi politico-economico di UNARMA, il salario minimo potrebbe essere una soluzione per migliorare le condizioni di alcune categorie di lavoratori, ma non può essere l’unica risposta in materia di politiche retributive. La speranza è che non diventi il solo elemento su cui polarizzare il dibattito politico in un momento in cui le retribuzioni, anche quelle della classe media, avrebbero bisogno di un forte impulso alla crescita, pena il generale livellamento verso il basso del potere d’acquisto, dovuto al sostenuto e persistente aumento dell’indice dei prezzi al consumo.

UNARMA evidenzia, peraltro, che a livello normativo il diritto a una retribuzione degna è già sancito dall’art.36 della Costituzione, che recita: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Rimaniamo pertanto basiti di fronte a dichiarazioni della classe politica che parlano di successo europeo, quando in realtà si dovrebbe constatare il fallimento delle politiche italiane e comunitarie, che hanno determinato l’esistenza di retribuzioni sotto la soglia di sopravvivenza.

CERCASI STAGISTI PER VITA DA PRECARIO

Una categoria ignorata dagli accordi UE è chiaramente quella degli stagisti o tirocinanti. Si parla di una tipologia lavorativa che nella maggior parte dei casi non ha contratto di lavoro formale con garanzie, anche minime, di welfare aziendali. Questo spiega anche un altro fenomeno, sempre inerente alla precarietà lavorativa a cui sono sottoposti i più giovani in Italia: sempre più spesso le aziende si sono sbilanciate chiedano addirittura agli stagisti l’apertura di partite iva pur di essere assunti, sgravandosi così dei costi retributivi e lasciando che siano direttamente i liberi professionisti a sobbarcandosene gli oneri. Gli stagisti oggi si dividono in due categorie: quelli rientranti nei tirocini curricolari, così chiamati perché inseriti in un percorso formativo riconosciuto (all’interno di master, università, etc…) e quelli extracurricolari, ovvero gli stage effettuati al termine dell’attività di formazione.

Mentre i secondi prevedono l’obbligo da parte dell’azienda o dell’ente ospitante di un’indennità mensile, con delle somme minime stabilite da ciascuna Regione, gli stage curricolari non sono coperti da legge e quindi diventano prestazioni lavorative potenzialmente gratis, così come avviene anche per l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti liceali. Il tirocinante quindi è costretto a effettuare stage per adempiere a obblighi universitari o di “albo professionale”, senza alcuna tutela contrattuale e in balìa di richieste spesso esigenti del datore di lavoro.

Un percorso di formazione del genere potrebbe essere accettato se circoscritto a un limitato periodo di tempo, seguito dall’assunzione con un regolare contratto di lavoro e un adeguato livello retributivo. Tuttavia, nella maggior parte dei casi nulla di ciò non avviene, in quanto i tirocini vengono utilizzati dalle imprese per avere forza lavoro riducendo al minimo i costi. Con queste premesse i tirocinanti passano di stage in stage con la consapevolezza delle oggettive difficoltà di trovare un lavoro stabile, in una vita di costante precarietà e con un aumento esponenziale di demotivazione e neet.

Secondo “La Repubblica degli Stagisti” ogni anno in Italia vengono attivati circa 500.000 tirocini tra curriculari ed extracurricolari, un numero elevatissimo di lavoratori invisibili e poco tutelati la cui sorte pare non essere al centro di alcuna agenda politica, se non quando si tratta di utilizzare i più giovani come carburante per la produttività del Paese.

L’ANDAMENTO DEI SALARI IN ITALIA, CRONACA DI UN DECLINO

A leggere il programma del Festival dell’Economia di Trento del 2022 tra green economy, transizione energetica, sviluppo sostenibile, digitalizzazione, PNRR e parità di genere sembra proprio che non ci sia stata l’occasione di parlare di quota salari italiani.

Eppure analizzando i dati OCSE è piuttosto evidente che in Italia vi sia un grosso problema relativo alla retribuzione del lavoro, soprattutto se paragonato a quello che è successo negli altri Paesi nel periodo che va dal 1990 al 2020.

Grafico 1 Elaborazione C.S.P.E. di UNARMA su dati OCSE

Le rilevazioni OCSE sono misurate in prezzi costanti in USD, utilizzando l’anno base 2016 e la parità di potere d’acquisto (PPP) per il consumo privato dello stesso anno.

L’Italia ha il poco invidiabile primato di essere l’unica nazione ad aver avuto una variazione negativa nel trentennio di riferimento, mentre la media dei Paesi dell’organizzazione registra un +33%.

Nel 1990 i redditi italiani erano al 12° posto tra le nazioni OCSE con un +2.000$ rispetto alla media rilevata, mentre nel 2020 i salari nazionali sono scivolati al 24° posto, con una perdita di ben 11.396$ rispetto al valore intermedio.

Una simile prestazione negativa lascia poco spazio alle giustificazioni: è stato un disastro politico, economico e sociale, 30 anni persi!

Analizzando nel dettaglio i dati nazionali otteniamo il seguente andamento.

Grafico 2 Elaborazione C.S.P.E. di UNARMA su dati OCSE

Dal grafico si nota abbastanza chiaramente che ci sono tre precisi momenti storici in cui improvvisamente i salari italiani hanno subito una brusca discesa, che andremo ad analizzare nel dettaglio.

IL 1992 E L’USCITA DALLO SME

L’Italia con lira è nello SME, un sistema di fissazione del cambio con un ristretto range di oscillazione. Il Belpaese si trova in un contesto economico complicato, con la disoccupazione in aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente (da 8,3% di set. 2011 al 10,8% di set. 2012), un deficit del 30% della bilancia dei pagamenti verso l’estero ed al centro di una manovra speculativa dei mercati. Il Governo Ciampi impegnò il 25% delle riserve per difendere il cambio e restare agganciato allo SME, fin quando la situazione diventò insostenibile ed obbligò l’Italia ad uscire dal sistema di cambi fissi, in data 16 settembre 1992. A quel punto la lira si svalutò del 35% in 15 mesi rispetto al dollaro e permise all’economia italiana di recuperare rapidamente competitività rendendo i propri prodotti più convenienti sul mercato, dando il via ad uno dei momenti più fiorenti per il made in Italy. La ripresa economica riportò l’andamento dei salari su un percorso di crescita sostenuto.

2011 E L’AVVENTO DELL’AUSTERITÀ

La crisi della Lehman Brothers, scoppiata negli USA nel 2008, aveva generato panico nei mercati finanziari con un brusco rallentamento nella circolazione mondiale di capitali. Questo comportò nei Paesi che avevano un forte indebitamento dei conti verso l’estero la necessità di riequilibrare la bilancia dei pagamenti, diminuendo le importazioni e possibilmente aumentando l’export. Parliamo ovviamente di indebitamento privato, visto che il rapporto deficit/PIL in quegli anni in Italia era in calo.

Grafico 3 Elaborazione C.S.P.E. di UNARMA su dati Osservatorio CPI

In un sistema di cambi fissi per riequilibrare i conti con l’estero “o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario”. Per diminuire le importazioni bisognava ridurre la domanda interna, e quindi i redditi, come ammesso dallo stesso Primo Ministro dell’epoca in un intervento alla CNN. L’austerità pertanto non servì a migliorare i conti pubblici, che infatti peggiorarono (grafico 3), ma aveva un duplice scopo: diminuire le importazioni riducendo la capacità di spesa degli italiani e rendere più competitivi in termini di prezzo i beni domestici grazie ad un costo del lavoro più basso (grafico 2). Tra l’altro tutte le riforme che si sono susseguite in quegli anni non hanno fatto altro che precarizzare il mercato del lavoro, infatti nel grafico 2 si vede bene che il recupero dopo “la crisi” è stato molto lento e 8 anni dopo, alla vigilia della pandemia, non si erano ancora recuperati i livelli di salario pre 2011.

2020 E LA GESTIONE DELLA PANDEMIA

Il 2020, come tristemente noto, è legato alla crisi pandemica della Sars-Cov-2. L’Italia per contrastare una emergenza di natura sanitaria ha messo in campo principalmente misure di ordine e sicurezza pubblica con chiusure, obblighi, divieti e restrizioni. Il risultato a livello economico è stato drammatico, con interi settori messi in ginocchio – turismo e ristorazione in primis – e con pesanti ripercussioni sul piano occupazionale e sulle ore lavorate: ciò ha comportato una perdita del 5,92% della quota salari in un solo anno. Altri Paesi, con un approccio meno oltranzista, hanno registrato una minore perdita di redditi (Spagna -2.90%) o addirittura hanno visto la media dei loro salari crescere, come ad esempio la Svezia (+1,30%) e l’Olanda (+2.35%), senza avere tuttavia una peggiore risposta in termini di perdita di vite umane e pressione dei sistemi sanitari rispetto all’Italia.

L’INFLAZIONE E L’INDICIZZAZIONE DEI SALARI

E veniamo ai giorni nostri. La crescente inflazione, dovuta all’aumentare dei costi dell’energia, delle materie prime e dei beni alimentari, sta erodendo il potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie italiane, in uno scenario in cui il livello delle retribuzioni è fermo da 30 anni. In tale situazione, atteso che l’inflazione sarà sostenuta e persistente, sarebbe opportuno reintrodurre lo strumento dell’indicizzazione dei salari all’andamento del livello generale dei prezzi. Questa misura avrebbe anche la funzione di favorire la produzione nazionale garantendo mercato domestico alle imprese; la pandemia e le sanzioni seguenti alla guerra tra Russia e Ucraina hanno infatti reso evidente come la domanda estera sia fortemente influenzata dai turbamenti geopolitici internazionali. La domanda interna, se sostenuta da un adeguato livello salariare, diventa un elemento essenziale di crescita del Paese. Al contrario, il sostentamento delle famiglie “a debito”, come abbiamo già visto in passato, genera squilibri precursori di crisi finanziarie, che inevitabilmente portano all’adozione di misure che peggiorano il quadro macroeconomico nazionale.

L’ALTRO CONFLITTO. L’UNIONE EUROPEA SARÀ LA GRANDE SCONFITTA DELLA GUERRA ECONOMICA.

Parallelamente alle operazioni militari in corso sul territorio ucraino, vi è un’altra “guerra” che si sta combattendo sul piano economico, commerciale e finanziario su scala globale. Questo scontro, che non si combatte con le armi e non offre immagini cruente e sanguinose da mostrare sui media, produrrà anch’esso danni e disperazione e colpirà, come ogni conflitto, i più deboli e gli indifesi soprattutto nelle parti più povere del pianeta.

Il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa supera i propri confini e dà il via all’invasione dell’Ucraina. Quel giorno, per comprare 1€ ci volevano 97,23 rubli, Roma e Mosca avevano proficue relazioni commerciali (nonostante le sanzioni post Crimea) e l’Italia importava circa il 40% del proprio fabbisogno di gas dalla Russia. Lo scoppio del conflitto ha provocato l’immediata reazione dei mercati ed il 7 marzo per comprare 1€ ci volevano 166,97 rubli, con una svalutazione del 71,5% in appena 12 giorni. A quel punto analisti ed esperti fecero a gara su chi avrebbe indovinato la data esatta in cui Putin avrebbe dichiarato l’inevitabile fallimento. Cavalcando quell’onda emotiva, la maggior parte delle nazioni facenti parte dell’area di influenza della NATO decidevano di avviare un percorso sanzionatorio nei confronti di Mosca, con la convinzione di rendere impossibili le transazioni in rubli e portare in breve tempo il colosso sovietico in default. Finora tuttavia le previsioni occidentali si sono rivelate un flop: alla data del 20 maggio il Cremlino ha rimborsato tutti i titoli in scadenza, ha registrato un surplus commerciale verso l’estero da record grazie all’aumento del prezzo delle materie prime energetiche e per comprare 1€ ci vogliono oggi 62,79 rubli. Nel frattempo l’Italia ha perso il 51% del suo export verso la Russia (fonte Istat), il Governo stanzia dei bonus irrisori per contrastare l’inflazione ed ENI ha aperto i conti in rubli per poter acquistare combustibili.

La dipendenza energetica di molti Paesi UE da Mosca ha reso utopistiche le minacce di immediata rinuncia alle forniture sovietiche, pena la paralisi di interi comparti produttivi, mentre le sanzioni hanno provocato una contrazione delle esportazioni di beni europei; questa situazione ha generato un forte attivo della bilancia dei pagamenti russa (Mosca ha esportato di più rispetto a quanto importato) che sul mercato dei cambi si è tradotto in un vigoroso apprezzamento del rublo rispetto all’euro. Stante l’attuale quadro macroeconomico e vista la necessità europea di stoccare il gas in vista del prossimo inverno, la corsa al rialzo della moneta russa continuerà ancora con la concreta possibilità di scendere sotto la quotazione di 50 EUR/RUB.

Pertanto, come previsto da questo Centro Studi, le azioni intraprese dai Governi europei sono state un boomerang che ne sta danneggiando l’economia.

Gli USA, invece, stanno traendo enormi vantaggi commerciali da questa situazione, avendo sottoscritto con l’UE nuovi contratti per la fornitura di GNL ed avendo ottenuto l’aumento delle spese militari dai componenti della NATO, al quale venderà le armi di propria produzione in un momento, tra l’altro, in cui il dollaro è molto forte nei confronti dell’euro, essendo oggi scambiato ad 1,06.

Anche i Paesi asiatici stanno approfittando della crisi bellica per spostare l’asse economico in proprio favore. La Cina sta artificiosamente svalutando lo yuan tenendo i principali centri produttivi in lockdown, nonostante ci sia corposa letteratura scientifica che ne certifichi l’inutilità relativamente al controllo della diffusione del covid. Questo consente all’impero del dragone di attuare una politica mercantilistica molto aggressiva, deflazionando il mercato interno per favorire le esportazioni. Inoltre Pechino ha sottoscritto contratti con la Russia per la fornitura di materie prime energetiche ed alimentari a costi contenuti, assicurando alle aziende asiatiche una maggiore competitività di prezzo rispetto ai concorrenti europei, sottraendogli importanti fette di mercato.

Se l’Ucraina è stata scelta come terreno di scontro tra superpotenze sul piano militare, l’Unione Europea è stata designata l’agnello sacrificale sul piano economico. Annunci a parte, l’Europa esce ridimensionata dal conflitto, non essendo stata in grado di tutelare i propri interessi ed avendo manifestato la mancanza di visione strategica e coraggio ad imporsi come attore principale negli equilibri geopolitici globali.

L’ONDA LUNGA DELLA GUERRA. LA CRISI DEL GRANO UCRAINO INCENTIVA GLI SBARCHI DALL’AFRICA E DAL MEDIO ORIENTE.

L’aumento dei prezzi del settore agroalimentare (che abbiamo già approfondito qui) sta condannando milioni di esseri umani in tutto il pianeta a vivere in condizioni di indigenza.

La guerra tra Russia e Ucraina non ha fatto altro che peggiorare la condizione di miseria in cui vivono milioni di esseri umani, essendo i due Paesi tra i principali esportatori di cereali mondiali. Secondo il CeSI (Centro Studi Internazionali) Mosca e Kiev forniscono il 50% delle importazioni totali di grano presso la cd. regione MENA (Middle East and North Africa) e, nello specifico, circa l’80% per l’Egitto, il 96% per il Libano, il 60% per la Tunisia, la Turchia e l’Iran, il 50% per l’Oman e gli Emirati Arabi Uniti e il 37% per il Qatar.

Il blocco dei porti ucraini ha interrotto le catene di approvvigionamento tanto verso l’Europa, quanto verso l’Africa e il Medio Oriente che non hanno accesso ad altri mercati in grado di assicurare le medesime forniture di frumento agli stessi prezzi. Peraltro, essendo la Federazione Russa uno dei principali venditori di concimi e visto l’aumento del costo del gas naturale – componente fondamentale per la composizione dei fertilizzanti azotati – anche le nazioni produttrici stanno subendo una decisa impennata dei costi di produzione.

Questo clima di incertezza globale sta spingendo alcuni Paesi, come ad esempio l’India, ad adottare politiche protezionistiche con limitazioni o, addirittura, divieti di esportazioni di grano al fine di tutelare il mercato interno, determinando il calo dell’offerta di frumento.

Pertanto, questo Centro Studi ritiene che i prezzi dei cereali nell’immediato non scenderanno con il concreto rischio, tra l’altro, che le quantità destinate alle esportazioni non siano in grado di soddisfare la domanda mondiale di grano, condannando alla fame milioni di esseri umani.

AUMENTO DELLA POVERTÀ E DELLE TENSIONI SOCIALI

Il continuo susseguirsi di crisi (finanziarie, pandemiche, belliche ed ora anche alimentari) sta stravolgendo il tessuto sociale di molti Paesi più deboli, con un aumento del numero di persone che vivono in condizioni di povertà. La Banca Mondiale stima che per ogni punto percentuale di aumento dei prezzi degli alimenti, 10 milioni di persone siano finite nella miseria estrema. Inoltre, come già sollevato dalle Nazioni Unite, da  i rincari “dei prodotti alimentari e gli shock delle forniture possono alimentare tensioni sociali in molti dei paesi colpiti, specialmente quelli che sono già fragili o colpiti da conflitti”.

Nei prossimi mesi la mancanza di cibo metterà sotto pressione molti Stati andando a inasprire tensioni sociali già preesistenti. Alla base dell’indagine del Centro studi politico-economico di UNARMA c’è una considerazione che trova diverse conferme: “Stiamo già assistendo in Tunisia a venti di rivolta per il pane: è la conseguenza dello stop delle importazioni del grano dall’Ucraina e di una drammatica situazione di povertà alimentare. Sappiamo che dove c’è fame, ci sono però anche esasperazione e disperazione, che se sottovalutiamo si tradurranno presto anche in aumento spropositato dell’immigrazione sulle nostre coste per le tante persone che tentano di sopravvivere. Capiamo la crisi umanitaria, ma è un copione a cui abbiamo già assistito e che per questo ci dovrebbe trovare preparati sul fronte della sicurezza interna”, interviene UNARMA.

Il rischio è che i governanti e le organizzazioni internazionali sottovalutino la rabbia e il malcontento che sta montando e che potrebbe sfociare in violente proteste di piazza e aumento dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente.

Questo Centro Studi osserva che quando un popolo ha fame è disposto a compiere anche gesti di estrema violenza per sfamare sé e la propria famiglia, come la storia ci insegna e come il Manzoni racconta ne “I Promessi Sposi” (1840), cap. XXII (assalto al forno delle grucce): “È questo il pane, che date alla povera gente? Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora!” s’urlava di giù. Più d’uno fu conciato male; due ragazzi vi rimasero morti. Il furore accrebbe le forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l’inferriate, svelte; e il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, gli alabardieri, e alcuni della casa stettero lì rannicchiati ne’ cantucci; altri, uscendo per gli abbaini, andavano su pe’ tetti, come i gatti”.

Il sostegno italiano all’Ucraina, tra l’accoglienza dei profughi e le aporie dell’aiuto militare.

La drammaticità del conflitto in atto tra Russia e Ucraina sta avendo ripercussioni sociali ed economiche che scuotono il vecchio continente e mettono sotto pressione le nazioni europee. Queste ultime, oltre alle conseguenze commerciali ed energetiche derivanti dalle sanzioni alla ex Unione Sovietica, devono fare i conti con l’opinione pubblica interna tutt’altro che favorevole all’invio di armi a Kiev; vi è inoltre l’enorme problema della gestione di milioni di cittadini ucraini in fuga dal conflitto.

IL MODELLO ITALIANO NELLA GESTIONE DEI PROFUGHI

L’Italia finora ha stanziato complessivamente 800 milioni di euro da destinare all’accoglienza dei profughi che, secondo i dati del Viminale, ad oggi ammontano circa a 110.000 unità.
Il Governo ha previsto tre modalità per la collocazione dei rifugiati:
– presso i centri CAS e SAI del Ministero dell’Interno e degli enti locali, per i quali sono stanziati 33 euro a persona al giorno;
– mediante ospitalità diffusa gestita da enti e associazioni del terzo settore; anche in questo caso il rimborso è di 33 euro al giorno per ogni profugo ospitato;
– con sistemazione autonoma dei profughi, per i quali è previsto un rimborso diretto mensile a persona di € 300 euro/ € 150 per i bambini.
Ai cittadini ucraini sarà concesso il permesso di soggiorno che consentirà l’accesso all’assistenza del Servizio Sanitario Nazionale, al mercato del lavoro ed il diritto allo studio.

A QUANTO AMMONTA IL SOSTEGNO MILITARE ITALIANO ALL’UCRAINA?

Nel novero delle misure adottate dall’esecutivo rientra, come detto, anche l’invio di armi all’Ucraina, sulla cui tipologia e quantità è stato tuttavia posto il segreto di Stato. Secondo l’Osservatorio Milex sulle spese militari, l’Italia al momento impiegherà 187,5 milioni di euro per il sostegno militare a Kiev, cifra che è destinata ad aumentare con il protrarsi del conflitto.
In questo contesto si inserisce anche l’incremento delle spese militari al 2% del PIL; tale misura determinerà nel 2022 un aumento degli stanziamenti al comparto difesa del 5,4% rispetto al 2021, per un finanziamento complessivo che si avvicina ai 26 miliardi di euro, fino ad arrivare ai 38 miliardi previsti nel 2024.
Il Governo italiano è giustamente intervenuto con prontezza organizzativa ed economica per il sostegno alle popolazioni vittime della guerra, ma anche per appoggiare militarmente una delle parti in causa, nonostante tale ultima misura non raccolga l’unanime consenso dell’arco parlamentare e dei cittadini italiani.
A tale solerzia ed incisività, che ha consentito il tempestivo reperimento di circa 1 miliardo di euro, fa da contraltare l’adozione di misure tardive che per questo Centro Studi Politico-Economico risultano insufficienti per sostenere l’economia nazionale che si avvia verso la recessione, con aziende e famiglie in forte sofferenza, soffocate dall’inflazione e dall’esplosione dei costi energetici.
Il proliferarsi di richiami ed iniziative di politici ed amministratori locali sulla volontà di una veloce ricostruzione post bellica si scontra con le lentezze, le lungaggini burocratiche ed i vincoli di bilancio che gli italiani hanno pagato sulla propria pelle quando si è trattato di intervenire nelle zone colpite da calamità naturali. 
Il Centro Studi di UNARMA ritiene che questa asimmetria di intenti e di iniziative, che si acuirà con il protrarsi del conflitto, finirà per trasformarsi in un boomerang che potrebbe generare, anche in un popolo storicamente accogliente e solidale come quello italiano, sentimenti contrastanti verso le comunità ucraine.

TRENT’ANNI DA RICORDARE: UNARMA CELEBRA LA SUA FONDAZIONE CON LE OPERE DI DANIELA NARDELLI

L’artista, figlia di un onorato carabiniere, raffigura la storia dell’Associazione sindacale realizzando un calendario esclusivo con opere inedite.

Il 2023 sarà un anno speciale, da ricordare e Unarma ha scelto di farlo in modo unico. In occasione dei 30 anni della sua fondazione, che ricorre il 3 febbraio 2023, l’Unarma omaggerà i suoi iscritti a fine anno con un regalo innovativo, per essere a loro fianco ogni giorno, al servizio del Paese e nel rispetto della tradizione istituzionale, ma con stile: un calendario realizzato con opere che interpretano le caratteristiche solidali, democratiche e liberali dell’Associazione.

Il calendario Unarma ogni mese racconterà la storia italiana con l’estro inconfondibile di Daniela Nardelli, artista e figlia anch’essa di un onorato carabiniere, che ha deciso di raccontare Unarma attraverso le sue opere, protagoniste assolute per 12 mesi. Le composizioni geometriche e dettagliate di Daniela Nardelli aiuteranno i nostri iscritti a commemorare la storia dell’associazione dal 1993 a oggi, senza smarrire il filo rosso con il passato e continuando così a valorizzarne la memoria storica.

Il tutto attraverso un oggetto immancabile per ogni iscritto, che accompagnerà le divise italiane con un tocco in più evocando “il sentimento di appartenenza e unificatore, di scelta patriottica e artistica” che hanno ispirato – nella realizzazione – l’artista Daniela Nardelli. Leitmotiv che anche Unarma sposerà in occasione del suo trentennale.

DODICI MESI DI UNARMA

Ciascun mese sarà ispirato alle vicissitudini storiche, alla dedizione, al dovere e al sacrificio, sino alla memoria ai caduti: eroi dell’Arma dei Carabinieri. Attraverso quest’opera, Unarma vuole infatti incastonare i 30 anni d’impegno per i diritti dei Carabinieri, delle Forze dell’ordine e delle Forze armate, ovvero “dare voce eterna ai ‘dimenticati’, renderli vivi perché non siano morti invano, onorarli e ringraziarli perché hanno contribuito, col loro sacrificio, a diffondere i sentimenti più sacri della libertà, dato il contesto storico in cui viviamo”, spiega Daniela Nardelli.

“Abbiamo scelto un’artista donna perché, in un mondo militare costituito prevalentemente da uomini, la sua arte e specificità non potevano rappresentare meglio quel che siamo e che più rappresentiamo” – spiega Antonio Nicolosi, Segretario generale di Unarma – “Siamo partiti dal nostro slogan, ‘Unarma – a difesa dei diritti’: chi più delle donne può comprendere cosa significhi?”.

CENNI ARTISTICI SU DANIELA NARDELLI

Daniela Nardelli è nata a Londra il 15 novembre 1967.  Le sue opere nascono dalla lettura delle linee naturali del legno: entra in armonia con esso e rispetta quanto le suggerisce, unendo nelle figure e negli spazi elementi di cubismo e astrattismo. Dipinge e realizza culture con tecnica mista, usando una combinazione di materiali ed esaltando le caratteristiche loro proprie.

Appassionata del loro studio ha ricercato, attraverso numerosi viaggi in Africa, le tecniche e i metodi primitivi di estrazione e lavorazione del colore, del tessile e del legno. Nel 2001 ha conseguito con lode il diploma dell’Accademia Internazionale della Vetrina, presso l’Istituto Mariotti di Roma e si è dedicata anche alle tecniche di allestimento scenografico dei buffet, in Italia e all’estero. In ricorrenza delle Olimpiadi del 2008, il suo quadro “L’ombra del Carabiniere”, con il quale rende omaggio a Enriqueta Basilio de Sotelo, la prima donna ad accendere il tripode di uno stadio olimpico, è divenuto patrimonio del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri a Roma. Nel 90° anniversario della fine della Grande Guerra, intendendo commemorare tutti i caduti delle Forze Armate, l’artista ha concepito l’opera “Equità ed Equilibrio”. Una litografia dell’opera è stata donata all’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mentre l’originale è stato consegnato al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. Oggi l’opera è conservata presso il Comando Provinciale di Frosinone. 

L’artista è stata anche selezionata dal MACIA per La Biennale di Venezia 55, per l’Esposizione Internazionale d’Arte, con l’opera “la Virtù”.

PETIZIONE PER DOTAZIONE MAGLIETTA POLO

Come molti ricorderanno, nei mesi scorsi, abbiamo patrocinato una campagna di petizione tesa a far conoscere al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri cosa pensassero i Carabinieri sull’eventuale dotazione, a tutto il personale della linea Territoriale, nonché quelli della linea Mobile, durante i servizi esterni, della maglietta tipo polo.

Ebbene – con rammarico, ma non con stupore – deduciamo, da una mancata risposta, che detta petizione non ha avuto lo sbocco/sostegno auspicato.

Pensiamo che la questione sia stata sottovalutata e non presa in seria considerazione dai “decisori” del Comando Generale. Per Unarma la questione non è conclusa, porteremo l’annosa vicenda nei tavoli tecnici quando la legge sarà licenziata dalla Camera dei Deputati.

Continueremo, con tenacia, a patrocinare azioni di questo genere, perché crediamo nella democrazia dal basso che per noi di Unarma vuol dire dare voce e coinvolgere tutti i Carabinieri nelle dinamiche che li coinvolgono direttamente. Crediamo altresì, che una grande Istituzione debba seguire il volere dei più e non solo il volere di alcuni.    

Con la speranza che questa resistenza preventiva, possa cessare, cosi che tutti i Carabinieri possano dar voce sulle loro condizioni lavorative e affrontare il servizio con dotazioni confortevoli.